Gin e ovuli
Nel progetto di maternità, potenziale o no, la variabile pragmatica arriva prima: non abbiamo tempo di chiederci “perché” se ci viene già precluso il “come”.
Davanti a un gin tonic. Nei caffè tra un appuntamento e l’altro. Nelle nostre conversazioni Whatsapp. Se hai 30 anni o poco più, probabilmente parlare di congelamento degli ovuli è questa cosa qui: una scelta importante che diventa una questione pratica. Nel progetto di maternità, potenziale o no, la variabile pragmatica arriva prima: non abbiamo tempo di chiederci “perché” se ci viene già precluso il “come”. Ed è per questo che, prima di indagare davvero il presunto desiderio di maternità - se c’è, se fa capolino, se qualcosa ce lo suggerisce - tendiamo a ragionare per “step”: la to do list pure nei desideri reconditi. Non so ancora se lo voglio, ma devo già organizzarmi nel caso in cui volessi.
Oggi, diventare madre, è anche e soprattutto questo: un desiderio che, nella sua eventualità, non può seguire la sua rotta. Affoga nella precarietà e nell’impossibilità di progettare concretamente. E, anche quando si decide di perseguirlo, rimane una sfida legata a un’idea di “rinuncia”: non perché essere madri implichi depotenziarsi - al contrario - ma perché le condizioni struttarali lo rendono tale.
Negli ultimi anni il congelamento degli ovuli è entrato sempre più spesso nelle conversazioni tra donne trentenni. Non come capriccio o ossessione da carriera, ma come tentativo di guadagnare tempo dentro una realtà che tempo non ne concede.
La crioconservazione degli ovociti permette di prelevare e conservare gli ovuli in un momento in cui la fertilità è più alta, per utilizzarli eventualmente in futuro. In Italia è legale dal 2009, ma resta una possibilità largamente privata e costosa: un ciclo può costare tra i 3mila e i 4mila euro, a cui si aggiungono le spese annuali di conservazione. Solo in casi specifici, come per pazienti oncologiche, il trattamento è coperto dal Servizio sanitario nazionale.
Nonostante questo, le richieste aumentano. Il gruppo Genera, uno dei principali network italiani di medicina della riproduzione, ha registrato un incremento del 50% tra il 2023 e il 2024. E se fino a pochi anni fa a rivolgersi alle cliniche erano soprattutto donne vicine ai quarant’anni, oggi l’età media si abbassa sempre di più.
Non perché improvvisamente tutte desiderino diventare madri, ma perché molte sentono di dover “mettere in sicurezza” una possibilità futura mentre il resto della vita continua a rimanere instabile.
Il punto è che la maternità, oggi, non si scontra solo con il desiderio individuale, ma con un contesto che rende qualsiasi progetto fragile. Nel 2025 in Italia sono nati circa 355mila bambini e il tasso di fecondità è sceso a 1,14 figli per donna, tra i più bassi d’Europa. Ma dietro questi numeri non c’è semplicemente un cambio culturale o una generazione “egoista”, come spesso viene raccontato. C’è una distanza crescente tra quello che si immagina e quello che concretamente si riesce a sostenere.
Secondo il Rapporto Coop 2025, solo il 12% dei giovani tra i 18 e i 44 anni pensa di avere un figlio entro un anno, mentre il 59% non considera affatto questa possibilità. Più che una scelta ideologica, sembra spesso una forma di adattamento alla realtà.
Anche quando il desiderio esiste, infatti, arriva subito la contabilità del possibile. Il lavoro continua a essere uno dei nodi principali. A marzo 2026 il tasso di occupazione femminile rimane penalizzato rispetto a quello maschile e molte donne vivono ancora condizioni lavorative discontinue, con stipendi bassi, contratti precari e part-time involontari.
La maternità, in questo scenario, continua a essere percepita come un elemento che può interrompere traiettorie professionali già fragili. E non è un’impressione: nel nostro Paese il welfare familiare rimane insufficiente, gli asili nido non coprono il fabbisogno reale e il peso della cura continua a ricadere in larga parte sulle donne.
Ma c’è anche un altro aspetto: la difficoltà crescente di costruire relazioni stabili e soddisfacenti. Le donne della nostra generazione sono mediamente più istruite, più autonome economicamente e più consapevoli di ciò che desiderano dentro una relazione.
Le aspettative si sono alzate: non basta più “stare insieme”, serve reciprocità, presenza emotiva, condivisione concreta della cura, capacità di confrontarsi con l’autonomia femminile senza viverla come una minaccia. Eppure molti uomini sembrano ancora impreparati a questo cambiamento.
Il risultato è che tante donne si trovano sospese tra relazioni fragili, partner emotivamente indisponibili o dinamiche ancora profondamente squilibrate. Anche il dating online, che prometteva di moltiplicare le possibilità di incontro, spesso produce l’effetto opposto: relazioni consumate velocemente, connessioni superficiali, una continua sensazione di sostituibilità. L’iper-esposizione alle possibilità non ha necessariamente reso più semplice trovare qualcuno con cui costruire un progetto comune. Anzi, in molti casi ha accentuato instabilità, ambivalenza e paura dell’impegno.
E dentro questa incertezza relazionale, il tempo biologico continua invece a muoversi in modo lineare. Così il congelamento degli ovuli diventa anche il tentativo di separare due dimensioni che oggi sembrano sempre meno sincronizzate: il desiderio di maternità e la possibilità concreta di incontrare una relazione sufficientemente stabile in cui immaginarla.
La maternità finisce così in una zona sospesa: non più obbligo sociale, ma nemmeno possibilità realmente libera. Non qualcosa che si sceglie pienamente, ma qualcosa che si prova a rendere compatibile con tutto il resto. Con il lavoro, con gli affitti impossibili, con l’assenza di servizi, con città che costano troppo, con relazioni sempre più precarie e tempi di vita compressi.
E a pagare il prezzo più alto sono soprattutto le più giovani. Lo racconta il nuovo rapporto Le Equilibriste di Save the Children: nel settore privato, il 25% delle madri under 35 lascia il lavoro entro un anno dalla nascita del primo figlio, contro il 12% delle over 35.
Tra i 20 e i 29 anni la genitorialità produce effetti opposti su uomini e donne: l’occupazione maschile aumenta con l’arrivo dei figli, mentre quella femminile diminuisce drasticamente. Se i figli diventano due o più, il divario esplode: risultano occupati l’83,7% dei padri contro appena il 23,2% delle madri.
Anche i dati sull’inattività restituiscono una fotografia brutale. Tra i genitori under 30 è inattivo quasi il 60% delle madri, percentuale che sale al 70% con due o più figli. Tra i padri, invece, l’inattività si ferma poco sopra il 6%. E tra le madri giovanissime, tra i 15 e i 29 anni, oltre il 60% non studia, non lavora e non segue percorsi di formazione.
Per questo, come sottolineano i numeri raccolti da Save the Children, sostenere davvero la genitorialità significa smettere di raccontarla come una responsabilità individuale e iniziare a trattarla come una questione collettiva.
📰 Rassegnami
Domani, in edicola e online, lo speciale di Alley Oop dedicato alla maternità in occasione della Festa della mamma: non perdetelo.
L’altra faccia della maternità
A migliaia di chilometri di distanza l’una dall’altra, più di 700 madri in Europa hanno partecipato a un sondaggio sull’accesso alle cure durante la maternità, dando voce a un malessere emotivo e psicologico che colpisce circa una persona su cinque nel cosiddetto periodo perinatale. Le testimonianze raccolte riguardano un vissuto spesso caratterizzato da silenzi, isolamento e mancanza di supporto e servizi. Qualcosa di completamente diverso dalla narrazione dominante che stigmatizza il disagio facendo leva su stereotipi e mistificazioni.
“La dimensione digitale della violenza contro le donne” è il titolo della relazione che il 23 aprile scorso ha concluso con un voto all’unanimità l’inchiesta sullo stesso tema condotta negli ultimi mesi dalla Commissione bicamerale d’inchiesta sul Femminicidio, guidata dalla deputata Martina Semenzato.
Aborto farmacologico, in Campania via libera alla somministrazione a domicilio
Ad oggi, la possibilità di effettuare l’aborto farmacologico senza ricovero è prevista in poche realtà italiane. La novità in Campania arriva a quasi tre anni dalla delibera regionale che non era però stata attuata.
Il femminismo ci stravolge la vita, per questo è così difficile
Il femminismo entra nella vita di tutti i giorni e la devasta: sconquassa le relazioni, ti mostra che subisci uno sguardo che ti deforma e ti ingabbia, ti mostra che anche tu, a tua volta, hai uno sguardo deformante; ti rende intransigente perché richiede intransigenza; ti porta all’isolamento perché sei una guastafeste.
🎯 Nominare è fare esistere
Solo il 16% delle biografie presenti su Wikipedia riguarda le donne: una percentuale impari e incrementata dal lavoro di Wikidonne. In questo spazio ridiamo spazio: una bio per ogni numero. Storie per riscrivere la storia.
Le madri di Gaza
Il 10 maggio è la Festa della mamma. Ma ci sono madri che oggi non chiedono di essere celebrate: chiedono che i propri figli restino vivi. La testimonianza di una madre di Beit Lahia, a Gaza, raccolta da Amnesty International.
Il 21 marzo segna l’inizio della primavera e, in Palestina, è la Festa della mamma: dovrebbe essere un giorno di celebrazione e di speranza ma per noi adesso sperare è difficile.
Mio figlio, di 12 anni, mi ha chiesto scusa per non aver potuto farmi un regalo. L’ho abbracciato e gli ho detto che la nostra sopravvivenza, per il momento, è il regalo più prezioso che Dio mi ha dato. Non voglio altro.
Vivo a Beit Lahia. Stiamo ancora spazzando via le macerie, cercando di riparare i danni alla nostra abitazione, a renderla vivibile ed è passato oltre un mese dal nostro rientro nel nord della Striscia di Gaza.
Ogni cosa, qui, è una lotta: essere madre durante il genocidio vuol dire combattere ogni minuto, ogni secondo per mantenere la tua famiglia in vita senza niente a disposizione. Recuperare acqua pulita è una lotta, rimediare cibo è una lotta, trovare frutta o verdura fresche è un sogno. Ma sono una madre fortunata, perché i miei figli sono ancora vivi.
Li guardo e mi sento in colpa perché gli è stata negata l’infanzia, perché sono stati costretti a entrare nel mondo crudele dell’età adulta, della guerra: niente scuola, niente spazi per giocare, niente passeggiate quotidiane verso il mare. Sento le bombe e vorrei avvolgerli con tutto il mio corpo, vorrei che questo mio amore per loro, che è più grande dell’universo, potesse proteggerli, dare loro un riparo.
Mezz’ora prima di interrompere il digiuno nel giorno della Festa della mamma, durante il mese sacro del Ramadan, abbiamo saputo che l’esercito israeliano aveva dato l’ordine di “evacuare” la nostra zona. Ma per andare dove? Siamo stanchi di venire sfollati, di caricarci una vita intera sulle spalle e fuggire ancora una volta, ricominciare tutto da capo. Stavamo cercando di ricostruire ciò che resta delle nostre vite e speravamo di farlo senza che le bombe ci piovessero continuamente addosso: chiedevamo troppo?
Non hai alcuna scelta durante il genocidio. C’è solo da sfidare la morte a stare lontana dai tuoi bambini. Siamo già stati costretti a fuggire nove volte per fuggire da lei. Cerchiamo di prenderla in giro ma poi ci rendiamo conto che siamo senza difese.
Non so se sopravviveremo a questa ondata di bombardamenti. Non so se il mondo ricorderà che una volta delle persone vivevano in un piccolo posto chiamato Gaza, che aveva la più bella costa del mondo; che qui c’erano persone che volevano vivere, che avevano tanti sogni, che desideravano crescere i loro figli in condizioni normali e che non hanno mai avuto la possibilità di farlo.
Tutto ciò che so, se non ce la faremo, è che abbiamo fatto tutto il possibile e anche di più per proteggere i nostri figli.
Beit Lahia era famosa per le fragole e i fiori. Ora è una città di macerie, fumo e fetore di morte. Ma, vi prego, ricordatevi di noi per le nostre fragole e i nostri papaveri. Ricordate i nomi e i volti dei nostri bambini martiri, che non hanno mai avuto la possibilità di fare un regalo alla propria madre il giorno della Festa della mamma.
(Il nome della persona che ha reso questa testimonianza ad Amnesty International non viene pubblicato per tutelare la sua sicurezza)
🌱 La parola
Rinuncia
Ci hanno insegnato a pensarla come una scelta individuale. Ma per molte donne la rinuncia non è mai davvero libera: è il punto in cui un desiderio incontra un limite strutturale.
Non è smettere di volere qualcosa. È imparare a ridimensionarlo, rimandarlo, renderlo compatibile con tutto il resto. A cosa stai rinunciando oggi? Vuoi?
“Ti devo dire un fatto”: esattamente come diciamo in Puglia quando bisogna “dire un fatto” urgente, commentarlo, condividerlo, parlarne con le amiche. La posta del cuore delle ragazze parte dalle cose piccole per arrivare alle cose grandi. Dimmi un fatto come lo diresti in un vocale alle amiche, tutto è ammesso perché tutto accade.
Il fatto
Raggiungo un traguardo, nel lavoro come nella vita privata, e penso già a un altro. Applico il doppio standard su di me? Quanto devo essere brava per dirmi soddisfatta?
Diventare abili, diventare noiose: è nell’adrenalina dell’inesperienza che sta il guizzo. Essere brava non dev’essere una preoccupazione ingombrante, ma una postura da declinare secondo il proprio modo. Più qualità, meno quantità: “come voglio essere brava?” invece di “quanto"?” può aprire scenari inaspettati.
❤️ L’amore è una playlist
Periodicamente:
💫 Autodiagnosi e cura
Autodiagnosi: la rivoluzione è un attimo.
Cura: stare nella luce.
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Ciao Nicoletta, grazie le parole bellissime e il materiale che hai raccolto e condiviso. Qualche mese fa ho letto the mother code di Ruthie Ackerman in cui l’autrice parla fra le altre cose del congelamento dei suoi ovuli. Ne sapevo poco, ma è una procedura medica impegnativa. Punture, ormoni, ancora solitudine. E in tanti casi comunque non è una garanzia di gravidanza. In questo senso può anche questa diventare in alcuni casi una sotterranea forma di violenza.
Grazie Nico per questa finestra su tutti gli aspetti della maternità 🤍