Micro è macro
A differenza delle grandi manifestazioni e proteste, il microattivismo si sviluppa attraverso azioni individuali e spesso silenziose, ma che possono avere un impatto significativo nel lungo termine.
Questa newsletter vi arriva a poche ore da una piazza importante: quella convocata a Roma da Non una di meno in vista della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne.
“Sabotiamo guerre e patriarcato. Facciamo salire la marea!” è il messaggio di quest’anno: la marea è la stessa. Sempre nuova e sempre diversa. E, mentre il mio pensiero si perde verso l’utopia di un corteo tutto al maschile (d’altronde la responsabilità della violenza che ci ammazza non è nostra), dal governo arrivano affermazioni come “Il codice genetico dell’uomo non accetta la parità” (ministro Nordio) e “L’educazione sessuale non fa calare i femminicidi” (ministra Roccella).
Siamo stanche, stanchissime. E sono tante le volte in cui il corpo non ce la fa. Ma la piazza può essere anche il riposo. La piazza tutto l’anno è proteggerci reciprocamente mentre il mondo non lo fa. La piazza è macro e micro. La piazza è il microfemminismo che mettiamo nei gesti di tutti i giorni.
La produttrice e conduttrice televisiva Ashley Chaney ne ha parlato su TikTok, con l’hashtag #microfeminism, elencando i piccoli stratagemmi che mette in atto per smantellare pian piano il patriarcato. Altre ragazze hanno seguito il suo esempio: c’è chi racconta che, quando scrive una email di lavoro, si rivolge sempre prima alle colleghe donne. Chi, invece, suggerisce di dare sempre per scontato che le persone al vertice di un’azienda siano donne per normalizzare la cosa. Chi, ancora, consiglia di usare il femminile sovraesteso. Tante altre piccole storie raccontano chi siamo.
Siamo la collega che ci aiuta quando veniamo interrotte durante un meeting, siamo la mamma che regala giocattoli “da femmina” ai figli maschi e viceversa, siamo l’amica più assertiva che ci suggerisce le risposte a tono da dare alle domande sessiste.
Il microattivismo femminista è una forma di attivismo che si concentra su piccoli gesti quotidiani per combattere il sessismo e promuovere l’uguaglianza di genere.
A differenza delle grandi manifestazioni e proteste, il microattivismo si sviluppa attraverso azioni individuali e spesso silenziose, ma che possono avere un impatto significativo nel lungo termine.
Agire in modo microfemminista vuol dire mettere in pratica azioni, linguaggi e comportamenti che sembrano irrilevanti, ma che spesso sono sufficienti per sconvolgere l’ordine “naturale” delle cose, aiutandoci a fermare quegli automatismi che hanno aiutato a costruire e sedimentare la cultura patriarcale.
Chiaramente, da solo, il microfemminismo non può abbattere secoli di politiche sociali e economiche patriarcali. Tuttavia, praticarlo quotidianamente, aiuta a diffondere l’idea che il femminismo non è qualcosa di astratto, ma una postura. Un modo preciso di stare al mondo. Di guardare. Di parlare. Di usare il linguaggio. E, se dà fastidio - per Meloni, ad esempio, femminismo non è farsi chiamare “falegnama” - è perché dimostra quello che possiamo fare agendo collettivamente.
Per cui, prima del macro, serve il micro: la marea è travolgente e serve essere l’una il salvagente dell’altra. Il personale è politico è uno slogan storico del femminismo degli anni ‘70: torna ad essere attualissimo in un mondo di performance a tutti i costi in cui spesso facciamo fatica a guardarci. E in cui, anche la lotta, diventa posizionamento. Sentirsi vista è dire che avremmo bisogno di nuovo dell’autocoscienza e vedere che un’amica la fa accadere. Le donne intorno a un tavolo hanno il potere di cambiare le cose. Dal micro, per il macro: la dimensione è una misura che scegliamo. Che sia la nostra.
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📰 Rassegnami
Violenza sulle donne, oltre il 50% commessa dai partner: i nuovi dati dell’Istat
Una donna italiana su tre vittima è violenza fisica, sessuale. Nel 2025 è stata rilevata per la prima volta forma di stupro con droga. Violenze anche in gravidanza. Il rapporto: ‘La violenza contro le donne, dentro e fuori la famiglia’.
Dal controllo delle password agli attacchi d’odio online, la violenza digitale è un fenomeno che si inscrive nelle stesse radici culturali della violenza che colpisce le donne nel mondo fisico. Perché oggi più che mai è importante essere consapevoli di questa continuità nel trovare strumenti e azioni efficaci di contrasto.
A Roma nasce il Museo del Patriarcato: opere e cimeli raccontano la violenza di genere
Buste paga di colori diversi per uomini e donne, ante segnate da pugni, specchi che restituiscono frasi di mansplaining. Sono alcune delle opere esposte al MUPA – Museo del Patriarcato, inaugurato oggi a Roma in anteprima mondiale da ActionAid in occasione della Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne che si celebra il 25 novembre.
Maternità, iniziative per reinserire le mamme nel mondo del lavoro
Riprendere il proprio posto di lavoro dopo una gravidanza non è facile né scontato. Secondo il rapporto pubblicato nel 2024 dall’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (INAPP), il 39,6% delle donne senza figli tra i 18 e i 49 anni considera la maternità un ostacolo alla permanenza o all’ingresso nel mercato del lavoro, contro solo il 27,4 % degli uomini. Nelle fasce d’età più basse, la preoccupazione aumenta: una donna su due, di età compresa tra i 18 e i 24 anni, pensa che diventare madri sia uno svantaggio per lavoro e carriera. Questa percezione è confermata dai dati. Secondo l’Ispettorato Nazionale del Lavoro, nel 2024 le risoluzioni consensuali in Italia sono state in tutto 60.756. Di queste, ben 42.237 (circa il 70%) hanno riguardato donne.
🎯 Nominare è fare esistere
Solo il 16% delle biografie presenti su Wikipedia riguarda le donne: una percentuale impari e incrementata dal lavoro di Wikidonne. In questo spazio ridiamo spazio: una bio per ogni numero. Storie per riscrivere la storia.
Matilde Sorrentino
“Io non mi fermo. Devo difendere mio figlio. Devo difendere i bambini”
Se oggi ricordiamo Matilde Sorrentino è perché questa promessa, pronunciata da una madre di Torre Annunziata, ha cambiato la storia di una comunità piegata dall’omertà.
Matilde Sorrentino non era un’attivista, una politica o una donna con protezioni. Era una madre che, quando suo figlio rivelò di essere stato coinvolto in un giro di abusi ai danni di minori in un quartiere popolare della città, decise di fare ciò che troppe persone avevano paura di fare: denunciare. Non da sola — insieme ad altre madri che, come lei, avevano visto spezzarsi la vita dei loro figli — ma con una determinazione rara, assoluta, persino imprudente.
La sua denuncia fece emergere un sistema strutturato di sfruttamento, coperto da silenzi e complicità, e portò a processi, condanne, arresti. Sorrentino si mise contro un potere radicato, sapendo esattamente cosa rischiava. Ricevette minacce, pressioni, isolamento sociale. Eppure non tornò mai indietro: continuò a testimoniare, a ripetere, a non lasciar correre. Continuò a essere madre di suo figlio. E madre simbolica di tutti i bambini che nessuno aveva voluto ascoltare.
Il 26 marzo 2004, mentre rientrava a casa, Matilde venne uccisa davanti al portone della sua abitazione. Aveva 49 anni. Sei colpi di pistola per farla tacere.
L’omicidio non servì: la sua voce, paradossalmente, da quel momento divenne più forte. Le condanne furono confermate, e la sua storia divenne, negli anni, un punto di riferimento per chi lotta contro la violenza e la cultura dell’impunità.
Oggi Matilde Sorrentino è ricordata come “mamma coraggio”. Ma quella definizione non basta. Perché il suo coraggio fu diverso: non fu l’eroismo spettacolare dei romanzi, ma il coraggio quotidiano di una donna comune che fece la scelta più difficile — restare dalla parte della verità, proteggere i bambini, rifiutare di chiudere gli occhi.
Nel suo nome, oggi, a Torre Annunziata ci sono un centro sociale, un asilo nido e una casa famiglia. Ogni anno, associazioni, scuole e amministrazioni si riuniscono per parlare di lei non come una storia finita, ma come un’eredità aperta: la testimonianza che l’impegno di una sola persona può rompere un silenzio collettivo.
🌱 La parola
Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne
La Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne, celebrata ogni anno il 25 novembre, è stata ufficialmente istituita dall’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 17 dicembre 1999, con la risoluzione 54/134, per richiamare l’attenzione mondiale su un problema sistemico che mina i diritti umani delle donne.
La scelta del 25 novembre non è casuale: la data onora la memoria delle sorelle Mirabal — Patria, Minerva e María Teresa — tre attiviste politiche dominicane assassinate nel 1960 dal regime di Trujillo, simbolo del coraggio femminile e della lotta contro l’oppressione.
La Giornata non è solo un momento di denuncia: è un invito all’azione. Sollecita politiche reali, educazione, sostegno alle vittime e trasformazione culturale. È un promemoria che la violenza di genere non riguarda “altre donne”, ma l’integrità e la dignità di metà del mondo.
🍸 Coraggio liquido
Dalla Riviera Ligure alle Alpi Marittime: Gino è il gin che racconta un territorio attraversandolo. Base alcolica costituita dal distillato di grano biologico: qui vengono armonizzate le erbe officinali (5 botaniche) autoprodotte dal Laboratorio Origine attraverso la distillazione sotto vuoto a basse temperature, per preservare aromi e profumi. Un lavoro di cura e di attraversamento.
❤️ L’amore è una playlist
Ciao alla più grande, Ornella Vanoni. Per averci insegnato che domani è sempre un altro giorno, “si vedrà”.
💫 Autodiagnosi e cura
Autodiagnosi: andare, tornare. Lontano è vicino.
Cura: spazi sicuri, persone sicure.


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