Pattinare
La medaglia d'oro Francesca Lollobrigida dimostra che possiamo farcela, non da sole, e che una rivoluzione culturale è possibile: non sentirsi menomate si può. Ed è un nostro diritto.
Velocità. Concentrazione. Attenzione. Fatica. Dedizione. Ma, soprattutto, l’imperterrita volontà di non farsi definire da nessun altro: la vittoria più bella, Francesca Lollobrigida - prima medaglia d’oro italiana alle Olimpiadi nel pattinaggio di velocità - la mette a segno fuori dalla pista ghiacciata.
Scegliere di non rinunciare: Lollobrigida è un’atleta olimpionica, una madre, una donna, una figlia, una compagna. Una professionista che si allena come serve fare e che alle Olimpiadi arriva come vuole fare: unghia verde fluo, sorriso smagliante, occhi ghiaccio e fuoco dentro.
La forma diventa sostanza e viceversa: la vittoria si costruisce sui sacrifici silenziosi che sanno quanto sia necessaria la leggerezza.
Ci servono i modelli. Ci servono tantissimo. Ci serve sapere che si può fare. Ci serve avere la certezza che possiamo essere chi vogliamo e che il mondo non ci debba per forza remare contro.
Lollobrigida, con la medaglia al collo e il tricolore, corre verso l’area degli spettatori per raggiungere il suo bambino: in un abbraccio che dice tutto tiene il suo piccolo Tommaso di soli tre anni. Nel giorno del suo trentacinquesimo compleanno.
A 35 anni, la campionessa olimpionica risponde alle domande dei giornalisti con il figlio in braccio. Un’immagine così potente da non aver bisogno di altre spiegazioni: la nostra identità può essere completa. Possiamo non sentirci menomate. Possiamo non sentire di star rinunciando a qualcosa. Possiamo splendere. Possiamo amare. Possiamo stare nel mondo senza che la cura, che vogliamo, diventi un ostacolo.
“Tornando indietro ho finito tutte le tappe di Coppa del Mondo piangendo. Chi era vicino a me poteva percepire davvero il mio stato d’animo - ha raccontato la campionessa - Non mi sono arresa, e lo devo veramente a mio figlio. Ogni volta che lo guardavo mi dicevo: lo sto facendo per lui. Non voglio che abbia una mamma che rinuncia prima ancora di presentarsi sulla linea di partenza”.
Le donne che siamo costruiscono villaggi: ma non possiamo farcela da sole. Serve la rete, serve un mondo e un lavoro a nostra misura.
“È stata una vittoria di tutta la famiglia – ha detto Giulia Lollobrigida, sorella della campionessa olimpionica e anche lei pattinatrice - Un traguardo che non ci aspettavamo, perché arrivava dopo un periodo molto difficile per mia sorella Francesca. Abbiamo dovuto convincerla a non mollare”.
La rete familiare supporta. Quella lavorativa deve fare altrettanto. Oggi non è così: secondo i dati Cnel- Istat, il 31,5% delle donne (circa 3 milioni) lavora part time, contro l’8,1% degli uomini (circa un milione).
La quota di part time per le madri cresce all’aumentare del numero di figli, con un picco pari al 48% per le madri più giovani con tre o più figli minori.
I motivi della scelta del part-time sono perlopiù riconducibili alla necessità di prendersi cura dei propri figli o ad altre ragioni familiari, riportati da oltre il 50% delle madri occupate a tempo parziale. Le donne occupate sono quasi 10 milioni. Tra queste – precisa l'indagine – le madri sole sono quasi 1 milione (941 mila, pari al 9,4%) e rappresentano il segmento con più elementi di vulnerabilità sul mercato del lavoro.
Per le madri, anche quelle potenziali, la strada è sempre in salita. Per questo la vittoria di Lollobrigida è doppia e, come ha spiegato, non è stata possibile senza un impegno congiunto.
Dopo la nascita di suo figlio Tommaso la Federghiaccio le aveva confezionato un progetto su misura, diventato poi uno standard per tutte le atlete: interventi chiari, immediati e concreti per assicurarle un supporto logistico ed economico. Lollobrigida ha così potuto fare affidamento sull’assistenza della sorella Giulia nei raduni anche all’estero e su un contributo sulle spese di accudimento del bambino durante gli orari di allenamento. Nei viaggi e negli spostamenti, le sono stati messi a disposizione dalla Federazione appartamenti o camere multiple in hotel. “Dopo le Olimpiadi di Pechino aveva davanti a me due possibilità: diventare mamma o partecipare alle Olimpiadi in casa. Non volevo rinunciare a nessuna delle due” ha raccontato l’atleta.
“Il nostro non è soltanto un supporto alla campionessa ma prima di tutto alla donna e alla mamma - ha spiegato il presidente della Fisg Andrea Gios - Siamo felici ed orgogliosi che le nostre atlete scelgano di avere bambini ed è un piacere, oltreché un nostro dovere, metterle nelle migliori condizioni affinché possano conciliare le impellenze di entrambi i ruoli”.
Si può fare: serve volerlo fare. In quella corsa verso il traguardo di Francesca Lollobrigida c’eravamo tutte noi: quella casa che non compri con quattro lavori, quel tempo mancato con chi ami per fare altre cose che ami, quell’ostinata forza di far stare tutto insieme e bene, quel tempo che ti devi mentre la quotidianità spinge forte. Serve stare allenate. Ma, soprattutto, serve la squadra. Siamo tutte, a nostro modo, abilissime pattinatrici. La vittoria di una può essere la vittoria di tutte: oggi Lollobrigida e la sua rete di supporto dimostrano che quella rivoluzione culturale si può fare. Si può stare in un mondo che non remi contro le donne.
📰 Rassegnami
Traguardo storico per le azzurre dell’hockey approdate ai quarti
Le azzurre hanno giocato un match al cardiopalma contro le più accreditate giapponesi, chiudendo con una vittoria 3-2 contro la nazionale nipponica, grazie alle prodezze di Matilde Fantin.
Il web non è un posto sicuro per la GenZ: il 66% ha subìto un atto di violenza
Il web non è un posto sicuro. Anzi, è considerato come il “luogo” più a rischio in assoluto. È quanto emerge dall’edizione 2026 dell’Osservatorio indifesa realizzato da Terre des Hommes, insieme alla community di Scomodo, per ascoltare la voce dei ragazzi sui temi di violenza, bullismo e sicurezza sul web.Ricerca: il 65% dei progetti finanziati da Fondazione Cariplo vengono da giovani
Da oltre trent’anni Fondazione Cariplo investe nella ricerca come bene pubblico, sostenendo percorsi scientifici indipendenti e valorizzando il capitale umano. Un impegno che si traduce in 2.905 progetti finanziati, oltre 650 milioni di euro investiti e nel supporto a 6.500 giovani ricercatori, molte delle quali donne, accompagnate nelle diverse fasi della loro carriera.
Con una consultazione pubblica, la Commissione europea apre a organizzazioni, imprese e cittadinanza l’opportunità di esprimersi sul Piano d’azione per le donne nella ricerca, nell’innovazione e nelle start up, che punta a rendere l’Europa il luogo ideale per le donne che vogliono fare ricerca e innovazione entro il 2030.
Domenica 15 febbraio partono le mobilitazioni territoriali contro il ddl stupri riformulato da Bongiorno, in cui sparisce il consenso libero e attuale. Qui tutti gli appuntamenti. Per chi è a Roma: ore 16, piazza Santi Apostoli.
🎯 Nominare è fare esistere
Solo il 16% delle biografie presenti su Wikipedia riguarda le donne: una percentuale impari e incrementata dal lavoro di Wikidonne. In questo spazio ridiamo spazio: una bio per ogni numero. Storie per riscrivere la storia.
Babe Didrikson Zaharias


Mildred “Babe” Didrikson nasce nel 1911 in Texas, figlia di immigrati norvegesi, e diventa la prima vera superstar dello sport femminile in un’epoca in cui alle donne era concesso competere – e sognare – pochissimo.
Talento fuori scala, comincia dalla pallacanestro al liceo, ma è nell’atletica che esplode. Ai campionati dell’Amateur Athletic Union del 1932 vince sei gare e stabilisce quattro record mondiali. Ai Giochi Olimpici di Los Angeles dello stesso anno, dove alle donne è permesso partecipare solo a tre discipline, conquista due ori (80 metri ostacoli con record del mondo e giavellotto) e un argento nel salto in alto. È ancora oggi l’unica atleta, uomo o donna, ad aver vinto medaglie olimpiche individuali nella corsa, nel lancio e nel salto.
Dopo le Olimpiadi non si ferma: gioca a basket in tournée con le Babe Didrikson All Stars, disputa partite amichevoli nella Major League di baseball e si dedica al golf, disciplina in cui segnerà un’altra rivoluzione.
Nonostante le venga negato lo status di dilettante per aver percepito compensi come professionista, torna a competere e domina il golf femminile come nessuna prima di lei. Tra il 1945 e il 1947 l’Associated Press la nomina atleta donna dell’anno per tre anni consecutivi.
Babe Didrikson non ha solo vinto medaglie: ha allargato il campo del possibile per tutte le atlete che sarebbero venute dopo di lei, trasformando il proprio nome in una dichiarazione di esistenza.
🌱 La parola
Legittimazione
Nello sport, per le donne, non è mai stata solo una questione di talento o risultati. È stata – ed è ancora – una questione di legittimazione.
Legittimazione a competere.
Legittimazione a essere pagate.
Legittimazione a occupare spazio mediatico.
Kathrine Switzer dovette iscriversi alla maratona di Boston del 1967 con le iniziali per poter correre: un organizzatore tentò fisicamente di strapparle il pettorale durante la gara. Billie Jean King trasformò un match di tennis – la “Battaglia dei sessi” – in una rivendicazione globale per il riconoscimento economico e simbolico delle tenniste.
Le calciatrici della Nazionale statunitense hanno dovuto vincere Mondiali prima di ottenere la parità salariale. In Italia, fino al 2022, le calciatrici non erano nemmeno professioniste per legge.
La legittimazione è questo: non solo poter vincere, ma poter esistere alle stesse condizioni. È il passaggio da eccezione a regola, da concessione a diritto.
“Ti devo dire un fatto”: esattamente come diciamo in Puglia quando bisogna “dire un fatto” urgente, commentarlo, condividerlo, parlarne con le amiche. La posta del cuore delle ragazze parte dalle cose piccole per arrivare alle cose grandi. Dimmi un fatto come lo diresti in un vocale alle amiche, tutto è ammesso perché tutto accade.
Il fatto
L’altro giorno, durante una riunione, ho detto che volevo coordinare io il progetto. Silenzio. Poi qualcuno ha sorriso e ha detto: “Eh però sei ambiziosa.” Non l’ha detto come un complimento. L’ha detto come si dice “sei un po’ troppo”. Mi sono chiesta: se l’avesse detto un uomo, sarebbe stata leadership?
La tenerezza che mi fa il fatto che tu te lo chieda anche, cara amica. Certo che sarebbe stata leadership! Ma anche iniziativa, ambizione etc. Tutte cose che, se a rivendicarle è una donna, diventano “opportunismo, egoismo, carattere difficile” (aggiungi altri complimenti a caso a cui siamo abituate). Se la risposta alla tua richiesta è stata quella che racconti, ti invito a porti una domanda: “pagano e meritano abbastanza la mia presa di responsabilità?”
❤️ L’amore è una playlist
Anche la cura è un playlist e un rooftop:
💫 Autodiagnosi e cura
Autodiagnosi: scalpitare per poi volare
Cura: sopravvivere, in camicia
🥂Allarga la festa
LRSB è un progetto editoriale indipendente che vuole crescere e diventare più bello in tante cose. Ma serve spazio, tempo, altre professionalità. Vuoi supportarlo per seguirlo su più canali? Puoi farlo parlando della newsletter, condividendola con chi ami, sui tuoi social, nel tuo diario segreto, inoltrandola alle persone a cui vuoi bene.
…Oppure puoi offrirmi il gin tonic che aiuta a ispirare le ragazze con una donazione libera. Parliamo di femminismi senza budget ma - intervistare, girare, fare, leggere, approfondire - è più facile con il tuo sostegno.






