Stare vicine
La paura lo sa: avvertire una persona come "pericolosa" è un segnale inequivocabile. Serve ascoltarci, e guardarci reciprocamente, per salvarci. Stai dove stai sicura.
Se non fanno niente, allora facciamo da noi. Tra poco sarà di nuovo 25 novembre e di nuovo il mondo sembrerà comprenderci, dicendoci che siamo intoccabili, meravigliose e “giovani e belle”. Fuori dal 25 novembre c’è la realtà: quella per cui Pamela Genini scrive all’ex fidanzato “Ho paura”. Il suo compagno Gianluca Soncin, 52 anni, la ucciderà con oltre 30 coltellate pochi minuti dopo quel messaggio su whatsapp. Non esiste attenuante, non esiste raptus, non esiste “voleva lasciarlo”.
Esiste quello che c’è: un uomo che, ancora, uccide una donna. La sua compagna.
Il dolore è talmente profondo da non avere più parole. Ma quello che intanto si può fare è guardarsi. Guardiamoci. Guardiamoci intorno. Proteggiamoci. Quel “ho paura” è il messaggio che tante di noi possono aver inviato o ricevuto. E allora le statistiche sulle mancate denunce non reggono e non spiegano tutto: non è responsabilità della vittima spiegare la paura. La responsabilità collettiva è quella di fare in modo che le donne non abbiano paura mai. Per cui guardiamoci: uno sguardo di conforto e una mano tesa possono salvare una sconosciuta, un’amica, una compagna, una sorella. Troppo spesso le denunce mancate sono quelle che più avrebbero bisogno di supporto. Il sommerso: le donne che dipendono economicamente dai loro partner, le donne sole, le donne che non hanno reti adeguate per chiedere aiuto. Le donne che, non essendo nelle condizioni di denunciare, si sentiranno dire “perché non hai denunciato?”.
Quando sei reclusa su un’isola di possesso e isolamento, serve poter vedere un salvagente dove aggrapparsi: quel salvagente possiamo essere noi. E queste parole non vogliono sminuire la responsabilità politica di misure adeguate a proteggere le donne e prevenire la violenza maschile. Ma vogliono richiamare all’umana sopravvivenza di cui purtroppo dobbiamo ancora farci carico: ci dobbiamo aiutare perché quasi sempre è troppo tardi. Mentre lottiamo per le altre - non smetteremo di chiedere giustizia - dobbiamo guardarci le spalle le une con le altre. Come nelle gite a scuola: guardare che la tua compagna di stanza ci sia.
Una vita passata a guardare, a controllare, a mandarci la posizione se usciamo con uno che non conosciamo abbastanza.
Mentre questo continua ad accadere, niente si fa per cambiare: la commissione cultura della Camera ha approvato un emendamento al ddl Valditara sul consenso informato, a prima firma della deputata leghista Giorgia Latini, che estende il divieto di affrontare tematiche sessuali anche alle scuole medie. In precedenza, il testo limitava il divieto alla scuola dell’infanzia e alla primaria. Per gli studenti delle superiori, invece, l’insegnamento di questi argomenti sarà possibile solo previo consenso informato delle famiglie, che dovranno conoscere i temi, il materiale didattico e le competenze dei relatori.
L’educazione alla sessuo-affettività non è uno strumento che da solo risolve tutto. Ma è un punto da cui cominciare un percorso di cambiamento importante, che possa fare i conti con le relazioni che sono cambiate.
Lo scrive bene su La Stampa Fabrizia Giuliani, coordinatrice del comitato tecnico-scientifico dell’Osservatorio nazionale antiviolenza istituito al Dipartimento Pari opportunità della presidenza del Consiglio, che ha curato il Libro bianco per la formazione sulla violenza contro le donne:
La nostra cultura non ha fatto ancora, fino in fondo, i conti con un passato nel quale le relazioni avevano un’altra forma: gli uomini avevano il diritto a una donna, indipendentemente dallo status, dal denaro e dal potere. Il rifiuto e lo scacco non erano previsti, sono un inedito nella storia.
La storia pesa, ma per evitare che diventi danno, e sia, invece, di qualche utilità è bene conoscerla. Perché la ripetizione dei femminicidi, tutti diversi e tutti spietatamente identici, è resa possibile anche dalla nostra incapacità di accettare che il male, questo male, è tra noi.
Il male tra noi: il femminicida non è un mostro, un pazzo, un malato. Ma un uomo come tanti. Il nuovo codice deontologico dei giornalisti e delle giornaliste, all’articolo 13, indica come trattare i casi di femminicidio sulla stampa: “non usare espressioni, termini e immagini che sminuiscano la gravità del fatto o colpevolizzino la vittima”. E invece Rossella Pastorino, in ancora troppi titoli, sarebbe morta perché voleva lasciarlo. Guardarci e scegliere le parole con cura. Così possiamo sopravvivere, loro malgrado.
📰 Rassegnami
Basta femminicidi: parlarne non è sufficiente, bisogna agire su prevenzione e risorse
Si parla di violenza sulle donne soprattutto nel caso di eventi di cronaca che appassionano lettori e telespettatori, del delitto, dello stupro, senza sottolineare che stupri e femminicidi sono solo l’ultimo anello di una catena di soprusi e prevaricazioni che vanno segnalati e combattuti in tempo puntando sulla prevenzione.
Perché contare i femminicidi è un atto politico
Non ci sono numeri precisi, non c’è una banca dati istituzionale condivisa. La tragica conta dei femminicidi in Italia si fa a spanne. Perché non c’è una definizione di femminicidio uguale per tutti e a tutti i livelli, perché il minsitero dell’Interno ha scelto di far passare da settimanale a trimestrale il rapporto sugli omicidi volontari (che contiene uno spaccato degli omicidi per genere e per relazione vittima-autore), perché il lavoro (gigante) delle associazioni che raccolgono i casi dai media non basta.
Ogni volta che le mie madri, con me al seguito, tornavano in Belgio per un altro tentativo di PMA, cioè di Procreazione Medicalmente Assistita, e per mostrarmi la clinica dove ero stata concepita io, le librerie erano sempre una fermata di routine. Da quei viaggi tornavamo cariche di libri, che la sera mia madre, quella tra le due che invece il francese lo parlava, traduceva per me. E mentre lei leggeva, io imparavo per la prima volta che, nella mia lingua, per la mia famiglia mancavano le parole. Quelle scritte sui libri per l’infanzia, quelle che avrei voluto avere per spiegare la mia famiglia agli altri, quelle che ancora oggi mi mancano per nominare senza equivoci ogni figura della mia storia.
Guardiane dei dati con Caren Grown
Custodire i dati di genere e fare in modo che non vengano cancellati o manipolati è un atto politico e femminista, soprattutto quando in atto c’è uno smantellamento culturale e metodologico, come sta avvenendo negli Stati Uniti sotto l’amministrazione Trump.
Witches, un documentario potente sul rapporto tra la depressione post partum e l’idea di strega nella cultura popolare. Grazie a Pierluigi per la segnalazione!
🎯 Nominare è fare esistere
Solo il 16% delle biografie presenti su Wikipedia riguarda le donne: una percentuale impari e incrementata dal lavoro di Wikidonne. In questo spazio ridiamo spazio: una bio per ogni numero. Storie per riscrivere la storia.
Sylvia Earle


L’oceano come casa, la conoscenza come atto di cura. “Il mondo è blu perché lo è il mare”: con questa frase, Sylvia Earle ha sintetizzato una vita intera dedicata all’esplorazione e alla difesa dell’oceano. Nata nel 1935 nel New Jersey, è biologa marina, esploratrice, oceanografa e una delle prime donne a guidare spedizioni subacquee in un’epoca in cui il fondale marino era considerato un territorio quasi esclusivamente maschile.
Negli anni Sessanta e Settanta, quando il mondo della ricerca subacquea era ancora dominato dagli uomini, Sylvia Earle fu la prima a guidare una missione composta interamente da donne — Tektite II, nel 1970 — vivendo per settimane sott’acqua in un laboratorio sottomarino per studiare la vita marina. Da allora ha esplorato ogni parte degli oceani, immergendosi fino a profondità record e portando alla luce un universo che pochi avevano visto.
Chiamata affettuosamente “Her Deepness” (“Sua profondità”), Earle è stata la prima donna a dirigere la NOAA (National Oceanic and Atmospheric Administration), e ha fondato Mission Blue, un’iniziativa globale per proteggere le “Hope Spots”, aree marine di straordinaria importanza ecologica. La sua voce si è fatta negli anni sempre più politica: Earle ha denunciato senza esitazioni l’impatto del riscaldamento globale, della pesca industriale e dell’inquinamento da plastica.
Per Sylvia Earle, la scienza non è solo osservazione, ma responsabilità. “Nessuno protegge ciò che non conosce”, ripete spesso. E conoscere, per lei, è un atto di amore: un modo per restituire al pianeta ciò che ci dà ogni giorno.
La sua storia arriva qui dal progetto Maleducate – Storie di donne nelle Scienze: un progetto laboratoriale di cittadinanza attiva che ha coinvolto le studenti e gli studenti dell’IIS Enzo Ferrari di Rom, con l’obiettivo di restituire la complessità di fondere due temi – scienza e parità di genere – in un unico percorso.
🌱 La parola
L’educazione sessuo-affettiva è un percorso di conoscenza e consapevolezza che intreccia corpo, emozioni, identità e relazioni. Non è solo “educazione sessuale”, perché non si limita alla biologia o alla prevenzione, ma abbraccia anche la dimensione emotiva, relazionale e sociale dell’affettività umana.
Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, significa fornire alle persone – fin dall’infanzia – strumenti per comprendere se stesse, rispettare gli altri e vivere la sessualità in modo libero, consapevole e responsabile. È un diritto educativo fondamentale, riconosciuto come parte integrante della salute e del benessere psicofisico.
Nei Paesi dove l’educazione sessuale è presente nei programmi scolastici si riducono le gravidanze precoci, le infezioni sessualmente trasmissibili e, soprattutto, le esperienze di violenza o discriminazione. In Italia, però, questo diritto non è ancora garantito: il nostro Paese resta tra i pochi in Europa a non avere una legge nazionale che renda obbligatoria l’educazione sessuale e affettiva nelle scuole.
Parlare di educazione sessuo-affettiva significa, quindi, parlare di libertà: la libertà di conoscere il proprio corpo senza vergogna, di riconoscere i propri desideri senza paura, di costruire relazioni basate sul consenso, sul rispetto e sulla reciprocità.
🍸 Coraggio liquido
Nel cuore del Friuli nasce Evra, un gin agricolo che profuma di ginepro e menta selvatica. Distillato lento, ha il sapore delle erbe dimenticate: dentro ci sono ginepro, menta e una traccia d’olivo. Le note sono verdi, salmastre, leggere e calme. Un gin che vuole lentezza e coraggio.
❤️ L’amore è una playlist
Per oggi è abbastanza❤
💫 Autodiagnosi e cura
Autodiagnosi: andare verso la fine per cominciare.
Cura: stare nel tempo e nella bellezza
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