Normalizzare l'orrore
Il punto non è "solo" cosa rivelano gli Epstein files, ma il tipo di sguardo che ci abituano ad avere.
C’è un momento preciso in cui una storia smette di essere un fatto, con la sua dignità di cronaca, e diventa un meccanismo. Succede quando iniziamo a riconoscerne subito la forma: lo scandalo, i nomi, le liste, le cadute. Con gli Epstein files è andata così. Ancora prima di capire cosa stessimo guardando, il racconto era già partito. Il discorso pubblico si è organizzato e, in poche ore, si sono formati filoni, gerarchie, priorità: chi compare, chi manca, chi verrà travolto. Una macchina narrativa efficiente che nasconde quello che resta più difficile da mettere a fuoco: da dove stiamo guardando.
Come scrive Fabrizia Giuliani su La Stampa, “i corpi dei minori diventano merce e la politica discute solo di chi cade”: stiamo spostando l’attenzione dal sistema allo spettacolo, dalla violenza alla sua spendibilità pubblica.
Nei documenti resi pubblici compaiono oltre 1.200 vittime. Un numero dietro cui ci sono delle storie. Un numero che dovrebbe imporre un altro ritmo, un’altra cautela. Invece accade il contrario. I file circolano, vengono letti, incrociati, analizzati. Lo dice bene Anna Menale nella sua newsletter Femminismi: “negli Epstein files ci disturba il bollino nero sui volti delle vittime, non l’idea di esporle a tutti i costi”.
Ciò che si attiva non è un processo di comprensione, ma una dinamica di morbosità strutturale. Non la curiosità individuale, ma un dispositivo che trasforma la violenza in materiale consultabile, in archivio da attraversare senza esserne toccati.
La morbosità, in questo senso, non serve a sapere di più. Serve a tenere distanza. Consente di guardare tutto, di nominare tutto, senza che nulla diventi davvero ingestibile. Il dolore resta visibile, ma non chiama in causa. Non obbliga a fermarsi.
Anche il linguaggio lavora in questa direzione, come indica il gergo emerso dai documenti giudiziari: una “pizza” per una ragazza, “cheese” per una bambina, “hotdog” per un ragazzo, “pasta” per un bambino, “map” per lo sperma. Non è un dettaglio: è un linguaggio che abbassa la temperatura emotiva di ciò che sta accadendo. Rende la violenza operativa, dicibile, gestibile, normale. Serve a chi parla e a chi legge per non dover attraversare fino in fondo ciò che quelle parole indicano.
Questo tipo di neutralizzazione non nasce con Epstein. Ha una genealogia precisa e passa anche da quello che oggi chiamiamo manosfera. Il termine viene coniato nei primi anni Duemila e reso popolare dal blogger Ian Ironwood per descrivere una costellazione di spazi online in cui uomini parlano di donne, potere e sessualità costruendo un immaginario condiviso.
Nel tempo, la manosfera è diventata un ecosistema culturale più ampio, in cui la sopraffazione maschile viene normalizzata attraverso codici, ironia, linguaggi interni. La violenza non viene negata: viene resa ordinaria.
La giornalista Emma A. Jane identifica il periodo compreso tra la fine degli anni 2000 e l'inizio degli anni 2010 come un "punto di svolta", in cui le comunità della manosfera si sono spostate dai margini di Internet al mainstream. Secondo la sua ipotesi, ciò è dovuto all'avvento del Web 2.0 e all'ascesa dei social media, uniti alla misoginia sistemica persistente all'interno della cultura patriarcale.
È dentro questa cornice che il caso Epstein smette di apparire come un’eccezione e diventa leggibile come esito coerente di un sistema che ha imparato a trattare i corpi femminili come superfici disponibili e il trauma come rumore di fondo.
La frattura, oggi, è che le vittime stanno parlando insieme. Non come casi isolati, non come figure intercambiabili di un’inchiesta infinita, ma come soggetti che riconoscono una struttura comune. Virginia Giuffre è stata una delle prime a denunciare, quando farlo significava esporsi alla delegittimazione e all’isolamento. Per anni è stata trattata come una voce scomoda, facilmente archiviabile.
Quello che sta accadendo ora è diverso. Le testimonianze si tengono, si rafforzano, si rispondono. Non chiedono attenzione individuale, ma riconoscimento sistemico. Ho ripensato al film Women Talking, non come metafora astratta ma come pratica politica: nel film le donne parlano tra loro non per convincere qualcuno dall’esterno, ma per costruire uno spazio comune di parola, sottratto allo sguardo maschile e alla sua interpretazione.
Parlare insieme è un atto di sottrazione. Significa uscire dalla posizione di materiale narrativo, rifiutare la morbosità come unica forma di visibilità possibile, rimettere al centro l’esperienza vissuta.
La soglia di ciò che consideriamo normale sta nella facilità con cui “accettiamo” che la violenza circoli come contenuto e il trauma come oggetto di consumo. Non è una questione di sensibilità individuale, ma di cornice culturale.
Il punto, allora, non è cosa rivelano gli Epstein files. È che tipo di sguardo che ci abituano ad avere. Conclude Giuliani:
Qui va fermato lo sguardo: quanto a lungo possiamo evitare di guardare la violenza sugli inermi, concentrando l’attenzione solo sulle conseguenze di quelle azioni sulla scacchiera del potere? Il mito insegna che il male non va guardato in faccia, che servono mediazioni per non esserne sopraffatti. Ma insegna anche che non può essere evitato senza pagarne il prezzo.
Gli alibi sono finiti: è tempo di porre fine alla normalizzazione dell’orrore.
📰 Rassegnami
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In Italia il 15 febbraio 1996 la violenza sessuale, per la prima volta, veniva considerata un reato contro la persona e non più contro la morale pubblica.
A 30 anni dall’approvazione della legge n.66 del 1996 siamo probabilmente davanti a un nuovo cambiamento. Incontriamoci per parlarne: a Roma, il 12 febbraio, da Sinestetica. Qui tutti i dettagli:
🎯 Nominare è fare esistere
Solo il 16% delle biografie presenti su Wikipedia riguarda le donne: una percentuale impari e incrementata dal lavoro di Wikidonne. In questo spazio ridiamo spazio: una bio per ogni numero. Storie per riscrivere la storia.
Jane Nkoitai
Jane Nkoitai è un’attivista keniota impegnata nella lotta contro le mutilazioni genitali femminili (MGF), una pratica che l’Organizzazione Mondiale della Sanità definisce una grave violazione dei diritti umani.
Secondo le stime delle Nazioni Unite (UNICEF/UNFPA), oltre 230 milioni di donne e ragazze nel mondo hanno subito mutilazioni genitali femminili.
Cresciuta in una comunità in cui le MGF erano considerate un rito di passaggio, Jane ha conosciuto fin da giovane le conseguenze fisiche, psicologiche e sociali di una violenza spesso giustificata come tradizione. La sua scelta di esporsi pubblicamente nasce dalla consapevolezza che il silenzio è uno dei principali strumenti attraverso cui questa pratica continua a essere perpetrata.
Nel raccontare cosa significhi crescere in contesti segnati dalle mutilazioni genitali femminili, emergono storie che restituiscono la dimensione quotidiana del trauma:
”Avevo circa dodici anni. Poi, all’improvviso, arrivarono due donne. Quando tornò, qualcosa in lei era cambiato. Di notte, la sentivo piangere dietro le pareti sottili”.
Testimonianze che mostrano come la violenza non colpisca solo il corpo, ma attraversi l’infanzia, le relazioni familiari e la memoria.
Attraverso attività di sensibilizzazione e dialogo con le comunità locali, Jane lavora per contrastare norme sociali radicate e per affermare il diritto delle ragazze all’integrità del proprio corpo, all’istruzione e all’autodeterminazione. Nel suo impegno, la parola diventa uno strumento politico: nominare le mutilazioni genitali femminili significa sottrarle all’invisibilità e riconoscerle come violenza, non come pratica culturale neutra.
Il 6 febbraio è la Giornata internazionale contro le mutilazioni genitali femminili, istituita dalle Nazioni Unite per mantenere alta l’attenzione su una violazione che continua a colpire soprattutto bambine e adolescenti, spesso senza possibilità di scelta. Le voci di attiviste come Jane Nkoitai contribuiscono a spostare lo sguardo dalla tradizione al diritto, dal silenzio alla responsabilità: Amref Health Africa UK ha presentato Nkoitai come una delle giovani che stanno alimentando un futuro migliore attraverso il loro coraggio e la loro leadership.
🌱 La parola
Male gaze
Con male gaze si intende lo sguardo maschile che struttura il modo in cui corpi, immagini e storie vengono rappresentati e interpretati nello spazio pubblico. Il termine viene teorizzato negli anni Settanta dalla studiosa femminista Laura Mulvey per descrivere un meccanismo culturale preciso: il mondo è raccontato come se a guardare fosse sempre un uomo, eterosessuale, con potere.
Nel male gaze le donne non sono soggetti dell’azione, ma oggetti dello sguardo. I loro corpi vengono frammentati, valutati, resi disponibili alla visione e al giudizio.
Il desiderio maschile è il punto di vista implicito, considerato neutro e universale, mentre tutto ciò che si discosta da quello sguardo viene percepito come deviazione.
Il male gaze non riguarda solo il cinema o la pubblicità. Attraversa il linguaggio, l’informazione, la cronaca, la politica. È lo sguardo che trasforma la violenza in spettacolo, che chiede alle vittime di spiegarsi, che sposta l’attenzione dal sistema ai corpi, dal potere all’apparenza.
“Ti devo dire un fatto”: esattamente come diciamo in Puglia quando bisogna “dire un fatto” urgente, commentarlo, condividerlo, parlarne con le amiche. La posta del cuore delle ragazze parte dalle cose piccole per arrivare alle cose grandi. Dimmi un fatto come lo diresti in un vocale alle amiche, tutto è ammesso perché tutto accade.
Il fatto
Ti devo dire un fatto che mi ha fatto fermare un attimo.
Ogni volta che si parla di gender pay gap mi sembra sempre una cosa lontana, una statistica che riguarda “le donne” in generale. Poi però ripenso a tutte le volte in cui ho avuto il dubbio di essere pagata meno, ma non abbastanza certezze per dirlo ad alta voce. Perché finché non vedi i numeri, sembra sempre solo una sensazione.
E invece a quanto pare no, non era solo una sensazione.
Con il decreto che recepisce la direttiva europea 2023/970 sulla trasparenza retributiva, finalmente i numeri smettono di essere un segreto di Stato. Nessuno potrà sapere quanto prende il collega X, ma si potrà vedere la media degli stipendi in azienda, divisa per ruolo e per genere.Così, se scopri che a parità di lavoro c’è una differenza sopra il 5%, non sei “quella che si lamenta”: sei quella che ha letto i dati.
Mettere i numeri sul tavolo non risolve tutto, ma almeno toglie il gaslighting di base: quello per cui ti fanno credere che il problema sia nella tua testa. Volevo solo soldi.
❤️ L’amore è una playlist
I Grammys sono delle donne: ora dateci l’intera industria.
💫 Autodiagnosi e cura
Autodiagnosi: scrivere questa newsletter con la febbre perché vvb
Cura: il linguaggio dell’amore lo sa.
🥂Allarga la festa
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